LE AREE PROTETTE E LA POLITICA AMBIENTALE IN ITALIA ED IN CAMPANIA

La regione Campania ha da circa un decennio il primato nazionale per quanto concerne la percentuale di superficie protetta sul totale; infatti oltre il 25% dell’intera regione è incluso in un’Area Protetta.

Queste “Aree Protette” sono fondamentalmente di due tipologie differenti:

  1. i Parchi Nazionali e Regionali, con le Riserve Naturali Statali e Regionali, istituiti sulla base della 392/91 la famosa “legge quadro” delle Aree Protette;

  2. la “Rete Natura 2000” che comprende una rete europea di “Siti” protetti – Siti di Importanza Comunitaria (SIC), Zone di Protezione Speciale (ZPS), Zone Speciali di Conservazione (ZSC) – costituiti in ottemperanza alle Direttive “Habitat” (la 92/43/CEE) e “Uccelli”(la Direttiva 2009/147/CE che ha sostituito la vecchia Direttiva 79/409/CEE).

Con l’istituzione, nel periodo a cavallo della fine del millennio, di parchi ed aree protette regionali l’ente Regione aveva optato per un elevato livello di conservazione degli ambienti naturali facendo presagire che la tutela ambientale sarebbe stata una priorità della politica regionale.

Così non è stato. Sebbene anche la pura e semplice istituzione di “aree protette” rappresenti un traguardo di enorme importanza che non può e non deve essere sottovalutato, l’attuale situazione delle Aree Protette sul territorio regionale non può considerarsi soddisfacente.

Di solito la reazione della cittadinanza all’istituzione di aree protette è composita;

  • risulta fortemente negativa per coloro che utilizzavano senza alcun controllo il territorio naturale (cacciatori, cercatori di funghi ed altri prodotti del bosco, produttori di legna da ardere, allevatori, ecc.) e che si sentono espropriati ed esclusi dal loro habitat;

  • varia tra l’indifferente ed il positivamente interessato per la stragrande maggioranza della popolazione che vede una possibilità di fruire, seppure limitatamente, della risorsa Natura grazie alle attività socio-culturali che ci si aspetta vengano attuate in un’Area Protetta ;

  • è invece estremamente positiva per l’elité culturale dell’”ambientalismo militante” che si riconosce, e talora si crogiola, in una visione del mondo profondamente diversa dalla massa e che vede nell’istituzione delle Aree Protette una propria vittoria privata ed una grande possibilità di affermazione socio-economica.

Anche in Campania lo schema riportato si è ripetuto e molta simpatia e qualche speranza di sviluppo è stata riposta nei Parchi, anche in considerazione del boom del turismo naturalistico e di un riavvicinamento alla tradizione rurale dovuta alla nascita della filiera eno-gastronomica.

Col passare del tempo però, considerata l’inerzia dei Parchi e dell’Ente Regione ed in riferimento alle (troppo spesso fondate) accuse di eccesso ed inefficienza della spesa (accusa aggravata negli ultimi anni dalla profonda crisi economica), la benevola posizione della maggioranza dei cittadini è stata via via sostituita da una sempre più esplicita e malevola indifferenza.

La palese inadeguatezza della politica ambientale nazionale, la scandalosamente cara inefficienza della politica ambientale regionale (vai alla voce rifiuti), la “spending riwiev” ecc. ha fatto sì che il vincolo ambientale venisse visto soltanto come apportatore di ulteriori limiti all’iniziativa privata e non in grado di generare effetti positivi concreti. La cittadinanza “normale” infatti ragiona in termini economici e di breve periodo, e non può e non vuole apprezzare l’investimento nell’ambiente perchè non riesce a vedere i benefici che dovrebbero bilanciare i sacrifici richiestigli. E’ innegabile che il vincolo ambientale faccia immediatamente toccare con mano i limiti imposti dalla tutela del territorio ma non produca benefici economici in tempi altrettanto rapidi (né forse li lascia intravedere).

E allora le aree protette, se a parere di gran parte della popolazione producono solo spesa inutile e nessun effetti positivo, sono un errore? La risposta è certamente no. Ma è assolutamente necessaria qualche riflessione attenta.

L’istituzione di aree protette viene vista come un aspetto estetico e secondario rispetto ai problemi cogenti di tutti i giorni, di natura essenzialmente socio-economica, e come tale considerata un vezzo inutile di inguaribili sognatori e perdigiorno.

Per incidere su questa convinzione radicata, soprattutto in una regione come la Campania in cui abusivismo edilizio ed illegalità rappresentano la realtà quotidiana, bisogna affrontare un tema assai complicato: la gestione.

Il punto dolente delle aree protette, di tutte le tipologie di aree protette, è appunto la gestione. E come gestione s’intende sia la gestione del vincolo ambientale che la mera gestione tecnico-amministrativa degli Enti delegati alla gestione delle aree; allo stesso modo va analizzato il “metodo” di declinazione del vincolo ambientale.

La gestione del vincolo ambientale è appunto di fondamentale importanza; le norme – troppe, confusionarie, frammentarie, complesse, …– vanno applicate con attenta flessibilità e nella piena conoscenza della specifica situazione locale. Il manicheismo speculare di molti degli attori di questo delicatissimo aspetto della gestione del territorio rappresenta la più grave minaccia alla crescita di sistemi territoriali che riescano, come è sicuramente possibile ed auspicabile, a coniugare tutela degli ecosistemi e necessità antropiche, produttive ed infrastrutturali delle comunità interessate.

Con un’analisi attenta e senza pregiudizi, le legittime esigenze della popolazione possono trovare una soluzione adeguata e molto spesso le esigenze ambientali ed economico-produttive non sono inconciliabili e contrapposte. La governance di un’Area Protetta non deve dimenticare che, tra le componenti ambientali va annoverata anche la componente antropica. Agli organismi di gestione delle aree protette tocca quindi il compito, certo arduo ma non impossibile, di difendere il territorio da interferenze antropiche eccessive ma esponendo chiaramente le ragioni del proprio agire e tutelando, insieme agli ecosistemi, le esigenze delle popolazioni: in pratica declinare il concetto di “sviluppo sostenibile”. L’errore più grande di un organismo di gestione è farsi percepire come “appiattito” su posizioni “ambientaliste” giustificando le proprie scelte in termini autoreferenziali e non pienamente comprensibili all’uomo della strada; è questo il motivo per cui, nella normativa ambientale europea, si da così gran peso alla pubblicità della decisioni ambientali.

Riguardo invece alla gestione tecnico-amministrativa è auspicabile che la normativa vigente – regionale, statale e comunitaria – chiarisca i “confini” tra le competenze degli Enti territoriali (Regione, Provincia, Comune, ma anche eventualmente Comunità Montane e/o altri organismi sovracomunali), di altri Enti che assolvano a funzioni di controllo del territorio (Autorità di Bacino, Soprintendenze, Consorzi di Bonifica, ecc.), delle Forze dell’Ordine, delle Associazioni (ambientaliste e non) e proprietà privata. Il “chi fa cosa” è l’aspetto centrale dell’intera faccenda; chiarito questo riducono fortemente i conflitti che altrimenti (come purtroppo accade ora sin troppo spesso) finiscono per paralizzare l’azione degli Organismi di Gestione.

Altro aspetto non secondario del problema è il personale di tali Organismi di Gestione, troppo spesso chiamato a svolgere dei compiti oggettivamente complessi senza altri strumenti che non siano la propria buona volontà e l’attaccamento al territorio.

Il riconoscimento pieno e concorde dell’Organismo di Gestione quale soggetto terzo tra gli “ambientalisti” ed i “comuni cittadini” è il passaggio centrale dell’intera operazione di “accreditamento sociale” dei Parchi e delle altre aree protette; questo deve rappresentare l’obiettivo fondante e prioritario della “seconda fase” della politica ambientale nazionale e campana. Senza questa precondizione, perdurando l’assenza di un riconoscimento sociale degli organismi di gestione come Enti terzi, di garanzia per i territori con maggiore pregnanza ambientale, la protezione ambientale in Italia ed ancor più in Campania, rimarrà nient’altro che un disegno incompiuto.

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