Pensieri Dopo Coronavirus

Certo il Coronavirus è stato un evento epocale che cambierà le nostre esistenze: si, ma come?

Dovremo imparare a stare lontani, a vivere nel “distanziamento sociale” con le mascherine ed i guanti a portata di mano. Ma solo questo ci avrà insegnato questa triste vicenda?

Speriamo di no!

Dovrebbe averci insegnato il valore della salute che spesso diamo per scontata, così come scontato è sempre stato il nostro sistema di tutela sanitaria: costa troppo, i medici sono piccoli burocrati, gli infermieri non lavorano, … eppure, quando è servito ha retto, grazie a chi ha lavorato molto più a lungo del proprio orario di lavoro, ha pagato uno scotto enorme in termini di vite e di malattie, ha talora anteposto gli altri al proprio interesse.

Dovrebbe averci insegnato che davvero in poco tempo può finire tutto, perché siamo esposti a rischi che nemmeno conosciamo in grado di azzerare la vita che facevamo, costringendoci in casa a sognare di passeggiare per le vie del centro.

Dovrebbe infine averci insegnato che i soldi servono ma non sono tutto, che tutti abbiamo bisogno di un ideale da condividere con qualcun altro, che non solo nessuno basta a se stesso ma addirittura nessuna nazione può fare da sola. Altro che localismo, abbiamo bisogno di aggregazioni sovranazionali (con le regole che necessitano) che costruiscano una rete protettiva intorno alla nostra concezione di vita: libera (e rispettosa della libertà altrui), democratica (rappresentativa cioè di tutti i bisogni di tutti i cittadini e non semplicisticamente dominata da gruppi che casualmente rappresentano una maggioranza passeggera),  benestante (se non ricca come, spesso senza rendercene conto, siamo noi italiani), colta (senza cultura siamo anche indifesi oltre che insignificanti), solidale (verso i più deboli, i più poveri, i meno fortunati), tollerante (in grado di valutare le tante cose che uniscono e non solo quelle che dividono), comprensiva (chi non è d’accordo con me mi costringe a vedere le cose da un altro punto di vista e, così facendo, aiuta tutti a sbagliare meno), giusta (almeno un po’ più giusta di quanto lo sia stata finora).

Cosa proporre quindi per il dopo?

  1. Una vera attenzione al nostro territorio, a quello in cui viviamo ogni giorno, alla nostra casa, alla strada che vediamo tutti i giorni dalla finestra, al nostro Comune. Attenzione vuol dire tenere pulito, produrre meno rifiuti, difendere l’ambiente con i nostri piccoli atti, … In breve: interessarci veramente di cosa succede dopo ogni nostra decisione. Che significa capire che saper produrre (un pomodoro, una scatola di cartone, una mascherina, un chip, …) è di per se un arricchimento, una risorsa strategica per la comunità (Comune, Regione, Stato, Europa) cui apparteniamo e di cui non possiamo fare a meno. Conoscere i meccanismi produttivi e mantenere piccole strutture in grado di produrre è strategico come la produzione di energia, le telecomunicazioni, i ponti, l’esercito, … (forse anche di più);
  2. La riduzione del distanziamento sociale pur aumentando il necessario distanziamento fisico. Si fa capendo che la vita reale è quella della nostra casa e non quella sullo schermo del telefonino; tenendo a mente che, quando ce n’è stato bisogno (ancora adesso) c’è stata tanta gente che prima ha lavorato 18/20 ore al giorno e solo dopo (forse) ha chiesto di avere aumentato lo stipendio; ricordando che per aiutarci a superare questa emergenza questo vituperato Stato ha investito miliardi (che non ha): forse quando verrà il momento delle “vacche grasse” tutti noi dovremo accettare di saldare gradatamente i debiti fatti nel passato.
  3. Maggiore rispetto delle regole di convivenza. Significa provare a capire i punti di vista degli altri che non la pensano come noi perché hanno esigenze e bisogni diversi, non demonizzare i rivali, comprendere che nessuno ha la Verità e tutti abbiamo frammenti di verità da assemblare con pazienza, come si fa con un puzzle.
  4. Tornare al politeismo, mettendo sullo stesso piano del “Dio danaro” quei valori che hanno costruito (passo dopo passo, errore dopo errore) la nostra struttura civile e sociale dandoci, nonostante tutto, la possibilità di uscire dalla disperazione.  Quindi bene l’economia di mercato ma con un sistema di controlli (pesi e contrappesi, come nella nostra celebrata Costituzione che tutti diciamo di amare ma che, sotto sotto, innervosisce i “semplicisti” che pensano di avere soluzioni semplici a problemi complessi) che tuteli i deboli (soprattutto gli “interessi deboli” di coloro che credono nella Giustizia, nel Rispetto, nelle Regole, nella Legge), quelli che ancora comprendono il concetto di sacrificio e sono disposti a rinunce per costruire un mondo meno ingiusto.

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