Con..vivi..amo

La crisi pandemica rincalza, non ci lascia respirare liberi, siamo tutti imprigionati dalle
mascherine, visiere, barriere di plexiglass etc..etc..
Creiamo strati su strati, per difenderci dalla fobia del contagio che si trasferisce dall’uno
all’altro parente, amico, conoscente o estraneo che sia.
Si dettano misure preventive continuamente. Un comitato tecnico scientifico competente
le studia, le organizza, ed emana le nuove regole da seguire per mantenere un equilibrio
funzionale tra la vita, l’organizzazione sociale e l’economia.
Bisogna cercare e sperimentare nuove distanze negli spazi esistenti per la vita privata di
casa, per quella sociale della scuola, del teatro, della movida, dei servizi…della moderna
quotidianità.
Se spazi maggiori, più aperti possono significare meno assembramenti e meno visiere,
mascherine e altri sistemi di protezione individuale, ora , proprio questi sono oggetti di
attenta osservazione sia per il loro frequente mancato o cattivo uso, sia per le difficoltà
che ne comporta il tempo del loro utilizzo.
Ma, mi chiedo….cosa è cambiato? Oltre all’evoluzione dei costumi serali e notturni dei
giovani, forse qualche modifica alla coesione sociale? Alla struttura della città?
Mi è sorta spontanea l’esigenza di fare un sintetico bilancio sui cambiamenti e sui modelli
in uso per la convivenza, quelli che esercitiamo per continuare ad essere “comunità”, visto
che l’eterofobia (la paura dell’altro) cresce e si diffonde.
Un atteggiamento, questo, che deriva dalla organizzazione tradizionale del vivere in
coerenza con i nostri riferimenti legati dal concetto dei “noi” e del “loro”, da cui emerge il
non saper vivere al di fuori del nostro gruppo.
Quella di oggi è una “società urbana” complessa, dove la “tribù” di appartenenza diventa
meno riconoscibile, meno facile nell’identificazione dei “nostri”, in termini di appartenenza
e di rapporti di familiarità.
Chi sono i “nostri”, i nostri concittadini? Spesso molto diversi tra loro e con poche cose in
comune; i nostri colleghi di lavoro? Difficile che lo siano…allora forse sono quelli del
nostro stesso sesso? Che parlano la nostra stessa lingua? Che praticano la nostra stessa
religione? Che hanno nostra stessa età? Che hanno uno stesso nostro reddito? Che
hanno figli? O che non ne hanno?
Penso che i legami di origine siano stati sostituiti.
Sono mutati in affinità fragili e vaghe, orientate da gusti comuni acquisiti, come ad
esempio tifare per la stessa squadra, o condividere una stessa passione, la pesca, il
gioco, il bar…attività, queste, tutte a termine, che finiscono e aggregano surrogati di
tradizioni.
E’ qui si chiama in causa il rapporto tra la città, l’urbe, che descrive il complesso degli
edifici, strade, piazze, dove si manifesta la “civiltà” dell’insieme di persone che la abitano e
lo spazio vuoto, che dovrebbe esistere tra una città e l’altra, la campagna.
Questa ultima è stata sempre il luogo fisico che, senza il condizionamento della “civiltà”,
ha servito di viveri l’urbe, .
E’ forse il ripristino dell’equilibrio di questo rapporto che può aiutare a ritrovare dei
contenuti del vivere quotidiano?
Ogni civiltà ha avuto ed ha un suo particolare modo di integrare o ignorare gli spazi non
costruiti che separano le città.
L’urbanizzazione dei nostri paesi è avvenuta in un istante. In meno di vent’anni le loro
dimensioni sono raddoppiate o triplicate. I “costruttori” del territorio hanno edificato le
periferie riempendole e spesso realizzando dei continuum abitativi, senza interruzioni e
privi di spazi sociali e pubblici servizi; la campagna si è contratta, diminuita, perdendo il
suo ruolo e in parte rimanendo abbandonata.
Intanto le aree interne dei paesi, i loro cuori antichi, si sono spopolati, riducendosi a luoghi
di residenti nostalgici ed anziani, prive di attività produttive e dei servizi essenziali alla
quotidianità.
Questa “crescita urbana” ha definito un mescolarsi della popolazione autoctona con
persone venute da altri paesi, privando il territorio del suo sapore di autenticità.
Ne restano le tracce che attraverso le etichette dei vini, i piatti della tradizione, fanno
sopravvivere gli aromi e i sapori dei territori, trasferendone il valore geografico e ideologico
del loro suolo e dello stato di conservazione dello stesso, spesso incontaminato.
Ora, il dilemma è come far “convivere” presente e passato, conservandone storia e
tradizioni, modelli di vita, tipicità, e simili cambiamenti? Come poter riaffermare spazi e
distanze ottimali, cosi da rendere possibile anche una esperienza di convivenza con la
pandemia?
Siamo fermi tra un passato che si racconta ed un futuro che non si scrive, attendiamo la
ricerca di soluzioni per un nuovo equilibrio alla convivenza, che in molti sognano, ma che
non si realizza se davvero non troviamo un comune interesse per la stessa.
Questa volontà potrà, allora derivare dall’angoscia della pandemia? Potrà la pandemia
diventare la spinta a voler ri-programmare il vivere nel rispetto degli equilibri tra spazi
costruiti e spazi “liberi”?

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